Foto Tiziana Pia

Mi arrendo, sono stanca e non lo nascondo. Gli ultimi giorni mi stanno pesando come mille sulle spalle e per rispettare le consegne faccio oramai riti vudù per mantenere la concentrazione e finire una cosa per volta. Sì sono io quella che ha scritto di non cedere al multitasking, di dare delle priorità, di attribuire tempi precisi di lavoro ad ogni singola commessa e via dicendo. Adesso dico: liberi tutti!

Perché è uno sforzo titanico tentare di mantenersi lucidi e soprattutto produttivi dopo un anno più che intenso, fra lavoro, viaggi, emozioni e delusioni.

Sto andando in vacanza? Purtroppo non ancora, ma devo rallentare e allora mi concedo delle pause. Una l’ho fatta ieri, andata e ritorno in giornata, meglio che niente.

Sono tornata nel mio posto del cuore: Nevache, Val de la Clarée, appena dopo Monginevro.

Questo paesino negli anni è rimasto incredibilmente uguale a se stesso, con poche case e pochi punti ristoro. Niente gelaterie, pizzerie, birrerie, paninoteche, friggitorie, che invece ho trovato in altri posti del cuore con grande sconforto perché oramai sembra di essere ad Ibiza in ogni luogo e a ogni ora.

Un paesino con una chiesetta e un cimitero davvero romantico (nel senso che sembra uscito da un romanzo di letteratura romantica francese di fine settecento), una panetteria che fa pain de campagne cotto a legna e tartelette aux framboises con più lamponi che pasta frolla, un negozio di articoli sportivi (il più caro del west, bisogna dirlo) che però resiste negli anni a dispetto dei colossi della grande distribuzione che hanno divorato la Francia prima dell’Italia.

Un coltellino Opinel si può comunque comprare, pochi euro, molta soddisfazione. Io ne ho uno da anni, azzurro Provenza, comprato proprio qui, con cui faccio panini e sbuccio mele per i pic-nic, fatti nei prati con una logora coperta di montagna su cui poggiare le chiappe e schiacciare un pisolino.

E poi le fontane di acqua ghiacciata, estate e inverno, che fa male ai denti e fa venire i lacrimoni per quanto è fredda, l’involucro delle borracce appena riempite si perlina di condensa per il contrasto fra l’acqua freschissima e il calore dell’estate all’esterno.

Orti di montagna, così ordinati che i filari di lamponi e i cespi di insalata sembrano tirati con la riga e il filo a piombo e forse li fanno proprio così.

Sentieri che partono in sù verso l’Alta Valle e i suoi rifugi e in giù verso Plampinet e l’inizio valle dove scorre argentino il primo tratto di affluente della Durance.

A Nevache ho solo ricordi belli, anche quelli brutti sono meno brutti in questo posto. Ci sono stata da fidanzata, da sposata, da mamma, da divorziata, da ri-fidanzata, da sola, con le amiche del cuore. Ci vado e mi sento a casa, cerco con gli occhi i soliti punti di riferimento e li trovo, al massimo hanno aggiustato qualche casetta e bene hanno fatto, un patrimonio come quello di Nevache non può essere trascurato.

Il tempo qui può cambiare repentinamente. Una volta d’inverno, ciaspolando sulla strada verso l’Alta Valle, sono passata da un momento di relax in pieno sole ad una nevicata coi fiocchi, di nome e di fatto. Con la natura non si scherza e non mi stanco mai di ripeterlo ai miei figli che fanno gli spavaldi e ci vanno con le loro adolescenziali scarpe da ginnastica all’ultima moda.

La montagna resta un posto intimo, ritirato, anche se negli ultimi vent’anni gli sport esagerati l’hanno presa d’assalto. La montagna resiste, per questo forse qui ci si riposa sempre bene.

Questa domenica l’ho passata con un’amica del cuore, con cui avevo bisogno di fare dei discorsi lenti, pizzicando i fili d’erba fra i denti, con in testa un cappellaccio per non cuocerci il cervello, intervallando chiacchere alla lettura dei nostri libri, che non mancano mai in uno zaino da montagna.

Forse non basta come pausa, perché il giorno dopo in città si ricomincia, ma le cose si vedono in un modo diverso, un po’ più lento, almeno per le prime ore della mattina!

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