È ricominciato il periodo di giri frenetici fra manifestazioni, workshop, riunioni, incontri.

Uno stimolo impagabile per la creatività e un buono spunto di riflessione su se stessi e gli altri.

Su me stessa, per capire se ciò che offro sia richiesto, apprezzato, di qualità. Se come mi pongo online e offline sia corretto o se sia fuori strada.

Come sempre per una parte mi assolvo e per l’altra mi condanno a fare meglio, molto meglio.

Poi osservo gli altri e mi chiedo se anche loro si mettono in discussione, provano paure, incertezze.

Se si guardano in giro e si comparano agli altri e soprattutto se si ascoltano.

Ecco su questo punto ho una riflessione da fare.

Seguendo le persone presentarsi e raccontare i loro business ho notato che molte persone non si ascoltano, ovvero parlano a fiume, senza registrare l’interesse dell’interlocutore, senza dar possibilità di far domande, facendo un’apologia di loro stessi e delle loro attività, ovvero senza ascoltare (non solo con le orecchie, ma anche con gli occhi) le reazioni di chi hanno di fronte.

Questa per me è una grossa debolezza, perché se da una parte l’entusiasmo di presentarsi è come un rullo compressore al quale nulla può resistere, dall’altra deve esserci un omino nella cabina di guida, che stabilisce la direzione.

Esaurito il picth elevator, che tutti dovremmo avere in canna per rispondere alla domanda “ma tu di cosa ti occupi?” dovremmo lasciare spazio alle domande, ascoltandole realmente e non propinando risposte preconfezionate, come se si riprendesse l’esposizione della pappardella imparata a memoria ai tempi del liceo.

Sinceramente, di sapere quando ti sei laureato, quanto hai bruciato le tappe, come ti senta superiore alla concorrenza, mi interessa se sono informazioni che emergono in un dialogo, tipo i puntini che poi io unisco per decidere se il disegno che ne viene fuori faccia al caso mio. Non mi interessano per nulla se me li proponi come lettura del breviario, con atto di fede sottinteso.

Per salire sulla tua nave, che sia un cargo o una nave da crociera (preferisco decisamente il primo), ho bisogno di capire che rotta farà, chi saranno i compagni di viaggio, quali li scali, come si mangerà a bordo. Quindi lasciami spazio per chiederti queste cose, anzi ti do un suggerimento, fammi anche tu qualche domanda per capire i miei gusti. Potrebbe essere utile per scoprire un altro segmento di mercato. Magari sarò l’unica ad avanzare certe richieste, ma se così non fosse, ti ho dato spunto per allargare o restringere i tuoi orizzonti.

Ma io mi comporto così? Insomma, a volte sì, a volte no e quando me ne accorgo mi arrabbio moltissimo con me stessa. Non solo perché cerco di essere coerente, per cui se pretendo dagli altri, come minimo devo fare la stessa cosa che chiedo loro, ma anche perché mi perdo un’occasione preziosa di raccogliere informazioni, che poi devo recuperare con maggior fatica, quando torno a casa, scrivendo mail, facendo telefonate, proponendo caffè.

Esercitare l’autocontrollo non è per niente una faccenda da istitutrici svizzere, ma un sano esercizio di ascolto di se stessi e degli altri, che al netto della rigidità che non piace a nessuno, può portare molti vantaggi non solo nel business, ma anche nelle relazioni interpersonali.

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