Come superare la metà strada - Elena Augelli

come pensare al business dopo la pandemia

La pandemia quando è arrivata ha spiazzato a livello personale e lavorativo, soprattutto ognuno di noi è stato colto in momenti di maturazione del business diversi gli uni dagli altri.

Chi era all’inizio di qualcosa, ad esempio chi stava per lanciare un’attività, dei nuovi servizi o il restyling del sito, chi invece stava ancora ragionando sul cosa fare e chi è stato colto a metà strada fra il ragionamento e l’azione.
Tutti hanno dovuto riconsiderare la propria posizione, adottando strumenti nuovi o fino ad ora poco praticati e prima ancora rivedendo la strategia nel medio e lungo termine.

 

A metà strada

Confrontandomi con diversi clienti ho notato che trovarsi a metà di un cambiamento ha spiazzato più degli altri momenti, per diversi motivi:

  • senso di incompiutezza, per aver iniziato qualcosa senza riuscire a portarla a compimento
  • revisione totale di quello che è già stato fatto perché non più attuabile
  • paura di perdere identità, perché non si è più l’attività di prima ma non si sa ancora in cosa ci si trasformerà
  • paura del dopo, molto diverso da quello che si era preventivato

La risposta a questi dubbi più che legittimi è non togliere valore a quello che è stato fatto finora e tirare fuori i punti di forza.
Risposta che diventa via via più personalizzata quando ci si cala nei singoli business.
E per dare un valore alla propria attività ci vogliono strumenti e un po’ di audacia nel mettersi in gioco.

 

Strumenti

Uno degli strumenti che è circolato di più per capire la percezione del business è stato il questionario, formulato a diversi livelli:

  • macro, per capire come un settore ha reagito alla fermo produttivo come quello lanciato da SlowNews per il gioranlismo di qualità e due di Acta l’associazione dei Freelance
  • micro generale, diffuso da un professionista in gruppi di lavoro come quello di Marta Giavarini che si occupa di Business Model
  • micro personale, inviato da un professionista solo a alcune tipologie di interlocutori, presi a campione fra clienti, colleghi e partner strategici (io ho adottato questo).

Nei primi due casi trattandosi di sondaggi pubblici, è stata data una restituzione ragionata e appunto pubblica in modo che tutti potessero far riferimento ai dati raccolti per prendere spunto nelle proprie decisioni future.
Nel terzo, le valutazioni sono state personali perché finalizzate al singolo business indagato.
L’incrocio dei dati analizzati a livello macro e micro, può portare a trovare una linea di sviluppo futuro, rimodulata in base alle nuove esigenze emerse.

Il secondo strumento largamente utilizzato, anche più del primo, è stata la diretta sui social che ha portato molte attività, principalmente professionisti, a dialogare con il proprio pubblico. E i risultati sono stati spesso sorprendenti.
Le dirette hanno permesso di creare un’aggregazione a distanza fra persone eterogenee (pubblico) che hanno manifestato uno stesso bisogno: capire il momento, imparare cose nuove, conoscere professionisti, ascoltare punti di vista sconosciuti.
Marco Montemagno ne ha fatto un uso massiccio, realizzando interviste in diretta con un ruolino di marcia molto fitto e scegliendo personaggi dal mondo dello spettacolo al business, passando per la ricerca scientifica, la letteratura, l’arte, ecc.
Una mia cliente ha aperto invece un gruppo di rilassamento guidato che nel giro di due settimane ha raccolto 1000 iscritti, mettendo il turbo a un progetto che fino agli inizi di marzo era solo nel limbo delle possibilità.

Il comun denominatore di queste iniziative, è dato dall’avere un contenuto, un valore di interesse per gli altri. Non tutte le iniziative sono decollate perché non tutte si sono basate su un valore ma su una necessità di presenza.
L’impegno di chi si è messo in discussione dando contenuti è stato ripagato dai molti feedback che ha ottenuto, che non significa vendite ma informazioni preziose per capire nel dopo cosa fare e magari per dare l’avvio a nuovi progetti.

 

Mettere a frutto

Grazie ai sondaggi, alle dirette e alla quantità incredibile di formazione online che è stata prodotta e fruita, si può dire che nessun business si debba più sentire solo, a patto però che di tutto questo know how se ne faccia qualcosa.
Accumulare dati e informazione senza usarli a proprio vantaggio non serve a nulla, anzi peggio potrebbe portare alla frustrazione, insinuare l’idea di aver perso il passo con quello che sta succedendo. Invece no, bisogna passare all’azione e dare vita concreta a ciò che si è appreso in questi due mesi, selezionando, elaborando, personalizzando secondo le singole necessità.
Un’azienda avrà tempi più lunghi di un libero professionista, ma dovrà comunque reagire, tentando di sperimentare, non solo verso l’esterno ma anche verso l’interno. Rivedere il modo di comunicare con i propri collaboratori e i team di lavoro.
La conoscenza da sola non basta, serve tanta, tanta pratica.

 

Una nota personale

In questo periodo, sono affascinata dai percorsi che mi hanno portata a scoprire le cose più strane, una specie di serendipità dell’internet. Ad esempio da una storia su Instagram ho scoperto un coreografo americano che fa dirette di fitness e ballo (ce ne sono mille!) e che ha realizzato le coreografie della quinta serie di Trasparent, di cui mi sono innamorata all’istante (è uscita nel 2014 e la quinta è di settembre 2019).
Qui non sto chiaramente parlando di business, tuttavia credo che anche queste risorse del web mi abbiamo aiutato in questo momento a allargare i confini, a cogliere segnali, vedere le cose in un modo diverso, conoscere altro che non immaginavo esistesse.
Questa ricchezza acquisita va elaborata e inserita in un disegno più ampio, per togliersi dalla metà strada. Si parte dal personale per arrivare al business, dove essere guidati da un consulente in questo momento è più che mai necessario. 

E tu hai nutrito il tuo spirito e il tuo business in questo periodo?