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Spesso nelle conversazioni di lavoro e con amici sento dire: “prendo una pausa dai social, mi hanno un po’ stufato”. Un tema che bruciacchia le dita di chi lo tiene in mano, per più ragioni.
I social includo o escludo a seconda che si faccia parte del giro giusto, portano via energie e tempo, distorcono la realtà (dal bene al male e viceversa).
Carlotta Givo, nella sua ultima newsletter Fabulatorio, ha descritto bene il suo rapporto con i social e dato spiegazioni approfondite su come “i social sono costruiti per tenerci dentro il più a lungo possibile“ e come lei scelga di stare meno in questo luogo e più in altri come il lavoro, l’amore, la famiglia.
Una scelta che si ha il diritto di fare e che si fa in piena coscienza a livello personale, ma a livello di business come la mettiamo?

 

Quando si lavora per gli altri

Qui è più complicato avere una posizione netta perché spingo in prima persona i miei clienti a essere presenti sul web e a parlare di sé.
I social sono solo un aspetto dell’essere online, seppur la fetta più grossa della torta, e non voglio parlare nello specifico del loro uso quanto del fatto che per essere online spesso si finisce per compiere tutti le stesse azioni, confezionare allo stesso modo i messaggi, utilizzare contenuti simili.
Sono arrivata tardi su web, sto ancora osservando lo scenario, mi chiedo però se è necessario andare tutti nella stessa direzione.
È vero che le regole del marketing online portano buoni risultati se ben applicate, ma vanno bene per tutti e in tutte le situazioni?
Credo di no, spingo verso la personalizzazione di metodo e messaggio ogni volta che prendo in carico un cliente e io stessa, seppur presente online con costanza, cerco di esserci a modo mio.

 

In buona compagnia

Fin qui potrebbe essere solo un sentimento, agli occhi dei più maliziosi una resa del tipo” non so stare online quindi faccio la snob e dico che non mi piace”.
Invece è il contrario: a me piace essere online, questa dimensione mi ha portata fuori dal guscio e avrò un eterno debito verso chi mi ha mostrato la strada. Ritengo un enorme risultato (me lo dico da sola, lo so) aver trovato un modo personale per esserci e a mia volta saper guidare i clienti.
Per passare dal sentimento a qualcosa di più concreto ho iniziato a studiare e ho trovato molti ganci a cui attaccarmi per affrontare le parole della presenza online.
In un post di qualche anno fa, Cacciatori, guerrieri, contadini. Come stiamo online?, Bruno Mastroianni spiega come sia opportuno essere dei “contadini digitali” che coltivano con costanza, pertinenza e devozione le competenze digitali. A Mastroianni fa eco Vera Gheno che suggerisce, anzi spinge, alla curiosità e alla cura delle parole.
Nel suo libro “Potere alle parole” mi ha colpito l’affermazione “la competenza linguistica si forma per perenne aggiunta”.
Questo è quello ce cerco di fare io, mossa da curiosità e amore per le parole, continuo a aggiungere e a dedicare tempo a questa ricerca.
Il risultato deve portare me e i miei clienti a essere presenti online in modo diverso.
In altre parole: coltivo originalità per lasciare il segno.

 

Esserci a tutti i costi o esserci a modo proprio?

Vado nello specifico e torno ai social. Non è un mistero che io odi le stories su Instagram, ci ho impiegato una vita a amare lo stesso Instagram. Le stories mi obbligano a fare numeri rocamboleschi per capire i contenuti che vogliono passare.
Io ho bisogno di tempo, non di un dito premuto sullo schermo per assimilare in gran velocità qualcosa che mi interessa.
Parlo di forma e contenuto che nelle stories per me non sono armonici, anzi distanti. So che dentro le stories potrebbe esserci qualcosa che mi interessa ma non riesco a acchiapparla. Delle due l’una o io non sono abbastanza pronta per capire questo mezzo oppure non è quello che fa per me e forse sono in buona compagnia con altre persone.
Oltre a ciò, esiste una tale quantità di messaggi che diventa davvero difficile trovare dei contenuti che interessano, a meno di passare sul web molte ore al giorno. In cambio di tutto questo tempo che regaliamo, cosa portiamo a casa? Informazione o pubblicità? Un po’ entrambe, ma per poterle distinguere bisogna avere un buon allenamento e appunto molto tempo.
La sovra produzione di messaggi, non di contenuti, a cosa serve? A creare un gran rumore, dentro al quale personalmente mi perdo. Ci interessa davvero leggere o ascoltare il parere di tutti su tutto? A me no, sono incuriosita solo da chi reputo autorevole.
Con l’alta marea affiorano tutte le barche, sta a noi scegliere quella con i colori che più ci attirano.

 

Perdere l’originalità

Non ho una risposta netta, navigo a vista, credo che ognuno debba fare una propria valutazione. Per me ho scelto una presenza coerente con la mia età. Sì, io credo che ci sia un’età per tutto, che si riflette nelle scelte che si fanno.
Ai miei clienti suggerisco una presenza di qualità non di quantità, soprattutto adatta al pubblico che hanno e non confezionata a priori perché i dettami della comunicazione sono quelli (che poi cambiano ogni due secondi e quello che valeva ieri magari oggi non vale più).
Serve davvero inserirsi in un flusso omologato per comunicare bene o vale ancora la pena affidare al web un messaggio originale?
Per me sì, usando il buon senso, ovvero quando c’è da spingere un prodotto o servizio è utile accelerare e usare tutti gli strumenti di marketing inserendosi nel flusso, mentre quando si viaggia a normale velocità consiglio una comunicazione propria, distinguibile, né abbondante né risicata, appunto personale.

 

E se fosse insicurezza?

Scegliere di comunicare in modo differente significa prendere una posizione, esporsi. Vuol dire uscire dal flusso e rischiare di essere notati, nel bene e nel male, quindi potenzialmente di essere criticati.
È la leva dell’insicurezza che fa cercare il consenso degli altri e si può lavorare sui propri contenuti per sfuggirle. L’uniformità non è garanzia di successo secondo me. Conosco da vicino quello di cui sto parlando, come ho detto sono arrivata tardi sul web e senza titoli. Ho fatto una scelta a monte: studio costantemente e mi esprimo per quello che sono, non cerco di essere qualcun altro e adotto un ritmo che è il mio ritmo, non quello comune.

Vera Gheno chiude il suo libro con una citazione pop presa da una canzone di Justin Timberlake e Chris Stapleton: “A volte il modo migliore per dire qualcosa, è non dire proprio nulla”.
Io credo che nella comunicazione online possiamo infilare un po’ di “nulla”, insomma saltare un giro ogni tanto.
Sarà utile a ognuno per riprendere fiato, osservare e farsi nuove opinioni.

 

Foto Parvis de la Défense