nuovi progetti condivisi

 

Novembre è si è dimostrato un mese frizzante, ricco di appuntamenti interessanti e formativi, diversi fra loro e per questo ancora più stimolanti.
Dopo il forum di Elle Active, ho partecipato alla sesta edizione del Word Usability Day di Torino, che seguo dal 2017. Un momento di incontro che aggrega numeri sempre più importanti: attualmente si svolgono 75 WUD in 32 paesi e coinvolgono 98 relatori.

 

WUD

Quello di Torino è stato organizzato e introdotto da Silvia Gilotta, presidente Sie Piemonte. La sua introduzione ha volto lo sguardo a un tema molto a cuore agli ergonomi e a lei in particolare, che se ne occupa per lavoro da molti anni: la centralità della persona nei processi lavorativi, attraverso l’osservazione dell’interazione uomo macchina.

Una centralità che deve tenere conto sia delle limitazioni sia dei desideri, ovvero cogliere che cosa realmente potrebbe aiutare, facilitare, incentivare l’essere umano durante lo svolgimento del suo lavoro. Un argomento affascinante, che dall’industria si è allargato a tutti gli altri settori, soprattutto quelli che si sono sviluppati per ultimi, come i servizi e gli scambi online (intesi a ampio raggio).
Il tema di Wud 2019, deciso a livello mondiale, quest’anno era “The Future we want” sviluppato da diversi punti di vista.
E proprio di futuro e centralità ha parlato Silvia Gilotta nel suo intervento. Un futuro che deve valorizzare i fattori umani, ponendoli appunto al centro, favorendo la condivisione soprattutto fra le discipline che si occupano di progettazione e valutazione.

Il punto di partenza di Silvia sono state le diadi, cioè gli opposti di significato, che ha analizzato portando esempi come: Problem Discovery – Problem Solving, Lento – Veloce, Big Data – Small Data, Design Empatico – Design Partecipato, Deontologia – Etica. Il punto di arrivo è stato l’invito a trovare un equilibrio fra le dualità, con l’obiettivo finale di risolvere i problemi, attraverso un processo decisionale condiviso.

Il suo messaggio è dirompente: è necessario scegliere ogni giorno da che parte stare, per attuare una rivoluzione calma che porti individuo e collettività a vivere meglio. Come non condividere?
In un post futuro approfondirò questo intervento e gli altri che a esso sono seguiti.

 

Ci facciamo una storiah? (sì, con la h finale così fa più tamarro, cit.)

Ho chiuso la settimana partecipando a un corso sulle Instagram Stories, che confermo di non amare.
Credo di essere al quarto corso su questo argomento, ogni volta con un approfondimento diverso, ma non mi sposto dalla mia convinzione. Non le amo, non le capisco, non le inserisco nei miei strumenti di comunicazione.

Però è indubbio che servono, portano numeri decisamente notevoli, creano coinvolgimento e se prese nel verso giusto fanno divertire (evidentemente io le prendo storte).

Chi mi ha fatto cambiare idea, perlomeno sulla loro utilità, è stata la signora maestra la formidabile Giulia Robert, che da anni predica il verbo dell’Instagram con piacevolezza e grande competenza. Così domenica ha riunito 16 persone, già assatanate di loro sulle Stories (a parte me, ovviamente) e ha fatto un workshop davvero esaustivo sull’argomento, in cui ha presentato strumenti, suggerito malizie, soprattutto tento il tutto e per tutto con me per buttare giù il mio muro di ostilità. La condivisione delle esperienze e prima ancora delle storie dei partecipanti, ha dato un ulteriore tocco di calore alla giornata, che di fuori era bella cupa (e anche dentro di me aleggiava una certa mestizia).

Giulia in poche e veritiere parole: chiara, coinvolgente, preparata, simpatica, organizzata. E se fai un corso di qualcosa che non ti piace, solo una persona con queste capacità può tirati fuori dalla tana.
Un giorno potrei arrivare a fare una diretta con Giulia per smantellare a picconate questa sua inguaribile fede nelle Stories.

Ammetto che le seguo, pur annoiandomi largamente, e ho anche trovato progetti davvero interessanti, sviluppati con questo strumento. Due li ha citati anche Giulia e sono innovativi: il primo a cura della New York Public Library @nypl, che ha tradotto in Instagram Stories “Alice nel Paese delle Meraviglie” e il secondo la storia vera di una bambina vittima dell’Olocausto raccontata come se avesse avuto a disposizione Instagram per documentare ciò che le stava accadendo @eva.stories.
Il terzo che seguo già da un po’ @les_archives_parisiennes è una raccolta digitalizzata di immagini di Les Halles di Parigi e il racconto di come fosse in origine, fino allo spostamento dei mercati nel nuovo quartiere. Ora si sta occupando di Marsiglia.
Insomma, non tutto il male vien per nuocere e se si resta aperti, si possono sempre imparare cose stupefacenti.

 

Rete al Femminile

Chiuderò il mese con il primo evento nazionale di Rete al Femminile Variante D, che dal 2014, anno in cui si è costituita Associazione, a oggi ha fatto una gran strada, grazie al lavoro di tante donne che con la loro personalità e professionalità si sono impegnate a farla crescere.
L’evento avrà un momento di confronto al mattino e degli sportelli di aiuto al pomeriggio, in modo da unire incoraggiamento e pratica, per tutte le partecipanti.

 

Un mese di novembre bello pizzichino, con tanti stimoli che sono esattamente ciò di cui ho bisogno per restare viva e arzilla, sia come persona sia come professionista.
Ringrazio chi trovo sulla mia strada e che si unisce nei vari percorsi, perché le esperienze sono più belle se sono condivise.