Succede sempre così, hai in mente di scrivere un post e nel frattempo qualcuno pubblica prima di te dei post non solo ben scritti, ma anche con contenuti autentici e sentiti.

Quando giovedì scorso mi sono resa conto che sia la inarrivabile Enrica Crivello sia la fantastica Chiara Gandolfi avevano affrontato il tema “com’ero all’inizio e cosa ti racconto di utile per evitare qualche ingenuità” mi sono detta, forse è meglio se non mi ci metto anch’io a scrivere degli inizi.

Poi ho pensato che i loro contributi sono veramente preziosi e che non hanno la pretesa di essere gli unici testi sacri consultabili. La stessa Chiara sulle stories di Instagram ha detto di aver scoperto di essere uscita in contemporanea a Enrica con un tema simile, senza saperlo.

Aggiungo che il giorno prima, mercoledì, avevo letto un altro link interessante di Danila Saba su Linkedin, in cui spiegava bene da coach, lo stato d’animo di quando si parte per una nuova avventura.
Quindi 3 piste per arrivare allo stesso nucleo.

 

Perché avevo deciso di parlare degli inizi?

Perché questo weekend sono andata a Marina Romea al mio terzo Freelance Camp , dove ci sia arriva sia come implumi e spaesati futuri liberi professionisti, sia come rodati e scafati freelance che hanno superato la barriera dei 30.000 euro di fatturato, ovvero dopo aver scollinato i regimi forfettari.
Il Camp è un punto di ritrovo che sedimenta relazioni, anno dopo anno, e allo stesso tempo attrae sempre persone nuove curiose di conoscere questa realtà. Tutte trovano una risposta e soprattutto portano la propria. Lontano dall’essere un’enclave chiusa è un recinto aperto che può contenere e sostenere, così come lasciare liberi di andare e venire.

 

Ho anch’io un inizio

Tornando a Chiara e Enrica, loro festeggiano rispettivamente 4 e 6 anni di attività in proprio. Se guardo alla mia storia recente, io sono a un anno e mezzo della mia nuova luccicante partita iva, ma ne ho alle spalle altri quattro in un’altra veste, facevo l’artigiana, che sono stati i veri anni formativi per me, anche se ora faccio tutt’altro.
Perché vado ancora a pescare nella mia prima vita da freelance? Perché sono stati gli anni formativi, dove si è creato proprio quell’assetto mentale di cui parla Danila, dove ho seriamente capito cosa vuol dire responsabilità, in cui ho imparato a allenare i muscoli della pazienza, della costanza, dell’onestà con me stessa.

 

Prima di arrivare ai soldi bisogna parlare di attitudine

Chi ha già macinato qualche anno di lavoro in proprio ha messo a fuoco che il sistema soldi è un aspetto importante ma non è l’unico. Ed è questo su cui insisto tantissimo quando inizio i business plan dei clienti, tanto da aver affermato che se non si riesce a scrivere un progetto, prima di dargli i numeri, vuol dire che forse quel progetto non ha le gambe per reggersi in piedi.
L’attitudine necessaria a lavorare in proprio è secondo me la capacità di adattamento alle mille situazioni, senza protezione, che si vivono lavorando come liberi professionisti: dal cattivo pagatore al binomio maledetto troppo lavoro/niente lavoro, dal luogo fisico di lavoro che va difeso con le unghie e con i denti (finché non si decide di andare fuori casa, se lo si decide), dai clienti ruba energia alla certezza che non si è mai arrivati. Nel mezzo bisogno di confrontarsi, ad esempio al Freelance Camp, di formarsi scegliendo bene quello che serve e non per completare un medagliere di conquiste. Sempre bisogna tenere testa alla solitudine delle proprie decisioni, perché se è vero che si è inseriti in un sistema, l’ultima parola è la nostra perché solo noi possiamo prendere le nostre decisioni, che condurranno a vittoria o fallimento, non importa.
Di fallimento e sua accettazione ne hanno parlato tutte e tre le muse ispiratrici di questo post e io posso solo aggiungere che se non avessi fallito (seppur con dignità!) la prima volta, non sarei qui a raccontarla alla seconda.
Come detto non sono arrivata e mai lo sarò, ma oggi ho cucita addosso una consapevolezza che avrei pagato a peso d’oro nel 2010 quando ho fatto capolino nel mondo della libera professione.
Allo stesso tempo è vero che questa consapevolezza è una conquista del percorso fatto e che se me l’avessero regalata all’inizio non l’avrei saputa valorizzare, perché non provata sulla pelle.

 

Ho buoni consigli da dispensare?

Sinceramente no, se non quello di ascoltarsi (accogliendo anche le paure, che sono sempre indice di qualche cosa) e di ascoltare i vecchi saggi, ovvero coloro che hanno già percorso il sentiero, perché se sono generosi (e i vecchi saggi lo sono) metteranno a disposizione la loro esperienza per aiutare gli altri.

 

Cosa mi ha lasciato quest’anno il Freelance Camp?

Un ricco bottino, come sempre. Informazioni preziose sulla fatturazione elettronica in vigore per tutti da gennaio 2019 (Carlotta Cabiati), LinkedIn per i freelance, io lo faccio male, lo so (Roberta Zantedeschi), gestire i clienti fissi, che ti danno da mangiare ma se svaniscono lasciano un vuoto che fa rumore (Daniela Scapoli), scrittura come cura per sé e per i clienti (Simona Sciancalepore).

Ecco qui fissati nero su bianco i dolori del giovane freelance. Rifarei tutto, come hanno detto anche le altre, errori compresi. Altrimenti non sarei quella che sono.