Jean Michel Basquiat – Paris, Fondation Vuitton

Ho scelto di dedicare il mese di gennaio alla scrittura perché credo che la parola scritta oltre a essere importante per raccontare la propria attività sia fondamentale nel costruire e mantenere relazioni, nel mondo del lavoro e non solo.

La scrittura può essere un potente mezzo sia di attacco che di difesa, una lama che affonda nel cuore di chi legge oppure un soffio che accarezza il destinatario. In entrambi i casi bisogna farne buon uso. Ne parla anche Carla Maliverni, amica e coach con cui spesso mi confronto, che in questo post spiega come “cambiando le parole dei nostri pensieri, cambiamo di conseguenza le nostre azioni e anche il nostro modo di scrivere e parlare”.

 

Nel mondo del lavoro

Le relazioni di lavoro passano da scambi di mail e anche, purtroppo, da infinite chat, che personalmente ritengo siano il male assoluto.
In questi scambi scritti, la gentilezza del nostro messaggio non passa di certo dal tipo di emoticon che selezioniamo, di sicuro invece dal tipo di parola che scegliamo.
Pertanto, se siamo noi a iniziare la conversazione stabiliremo:
– il tono di voce
– le parole
– la chiarezza
– la semplicità
– la sintesi.
Questi parametri servono per impostare lo scambio sul livello che desideriamo e in base a questo riceveremo delle risposte a tono. Siamo altresì chiamati a rispondere a ciò che ci viene scritto e anche in questo caso possiamo decidere se alzare o abbassare il volume.

 

Sforare i tempi

Per spiegarsi è sempre utile usare gli esempi, che calano nella pratica le nostre parole.
Eccone uno capitato a me, così come sono sicura a altri freelance.
C’è un lavoro che sta andando per le lunghe, perché il cliente se l’è presa comoda nel fornire i dati iniziali e con le osservazioni sul pezzo che ho consegnato. Per me è un problema, anzi un danno: resto intrappolata in un lavoro che avrei già dovuto chiudere, i tempi di questo lavoro mi si accavallano a quelli dei successivi, che io avevo invece ben calcolato.
Che fare? Spiegare la verità, in mondo semplice e efficace. Io ho scelto di fare così: “ti allego la versione rivista del documento e ti chiedo, per favore, di fare le tue valutazioni in tempi brevi per poter concludere il lavoro, che ci ha tenuti impegnati più del previsto”.
Niente giri di parole, una richiesta diretta, senza polemiche ma con un dato di fatto: siamo andati oltre i tempi, poniamo rimedio.

 

Il condominio, un nido di vipere

Altro esempio, in cui scommetto molti possano riconoscersi.
In questo periodo ho ricevuto delle mail di contenuto polemico e aggressivo, per una questione condominiale. Avevo davanti a me un bivio: rispondere a tono, scaricando un po’ di veleno nelle mie ragioni, fornendo dettagli minuziosi nella ricostruzione dei fatti, chiudendo alla possibilità di ritornare a toni concilianti. Oppure, restare ferma nella mia posizione utilizzando un linguaggio che esprimesse verità, sintesi e schiettezza.
Ho scelto la seconda strada: “Ritengo non sia né corretto né valido approvare una spesa di straordinaria amministrazione, se non valutata ed affrontata in Assemblea, mettendo a confronto diverse opportunità”. Niente recriminazioni, nessuna frase di finta cortesia, un messaggio concreto: non approvo ciò che non è valido.

 

Limare, sfrondare, ridurre

Per arrivare a scrivere poche righe parto da scritti infinitamente più lunghi, che asciugo man mano. Una volta non mi sembrava possibile farmi capire se non utilizzando milioni di parole. Ora, soprattutto nello scritto, sono molto più chirurgica e amo, davvero profondamente, scegliere le parole che uso.
La scrittura può ferire oppure lenire e spesso ho avuto il piacere proprio di usarla come un balsamo, come un momento di connessione con persone lontane, come scambio di storie, di visioni, di esperienze.
E anche nella gioia, scegliere le parole essenziali è bello, mi dà appagamento.
Cerco spesso di sforzarmi a scrivere le cose in un modo diverso, con altri vocaboli, di uscire un po’ dal linguaggio che uso abitualmente. Cerco termini da adottare, per contaminare il mio pensiero e il modo con cui lo esprimo.
Scrivo per lavoro, scrivo per passione e i vasi sono comunicanti, prendo in prestito le espressioni di un mondo e le porto in quelle dell’altro. Tengo quello che serve e butto il superfluo, che non aggiungerebbe nulla al significato.

Una volta, chi non sapeva scrivere, si faceva comporre da altri lettere d’amore, magari a persone lontane per la guerra o perché in un altro continente a lavorare. Mi ha sempre affascinata l’idea di prestare delle parole alle persone per farle sentire più vicine a qualcuno. E in fondo succede lo stesso scrivendo per lavoro: do voce a un’azienda o a un libero professionista, li connetto con il loro pubblico, vicino a lontano che sia.