collage di pagine di libro

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Qualche giorno fa ragionavo con un’amica sul contenuto e la forma delle mail che scriviamo e che riceviamo. Entrambe abbiamo concordato su alcuni punti:

  • Cerchiamo e offriamo chiarezza nei nostri messaggi
  • Rileggiamo le mail importanti perché il secondo giro hanno un gusto diverso e rivelano qualcosa che al primo ci è sfuggito
  • Ci divertiamo a tipizzare la scrittura, ovvero ognuna di noi cataloga metaforicamente le mail ricevute secondo propri parametri e sensazioni.

Ecco la mia personalissima interpretazione delle mail che si ricevono, fermo restando che “chi è senza peccato scagli la prima pietra”, quindi son consapevole che anche le mail che scrivo io possono essere passate a questo buffo setaccio e non essere sempre smaglianti.
Scriverlo mi spinge una volta in più a controllare ciò che mando, un secondo prima di schiacciare invio.

La mail “Ammazzasette”

Si tratta di mail molto sicure e dirette, che lasciano poco spazio alla cortesia e vanno dritto al sodo, in modo trionfale. L’Ammazzasette è uno spaccone, secondo il dizionario, uno che fa un po’ venire il dubbio che tanta sicurezza forse celi proprio il contrario.
Consiglio cautela a scrivere mail così “esposte” e ci aggiungerei un pizzico di gentilezza, che non fa mai male. Quando sono in dubbio rileggo mille volte l’ebook di Annamaria Anelli, Scrivere email, costruire relazioni, dove trovo sempre una risposta.

La mail “bigodini e ciabatte”

Questa è una mail, si capisce già dal titolo, che è un po’ dimessa, l’opposto dell’Ammazzasette per capirci. Una mail poco curata, che fa intendere che chi l’ha scritta ha insicurezze, ma che soprattutto ha dedicato poco tempo alla scrittura e meno ancora alla revisione, perché ha questo approccio un po’ casalingo e poco professionale. Si può migliorare, sia nel contenuto che nella forma. Così come ci si tolgono ciabatte e bigodini per uscire, è necessario farlo anche per scrivere. Se non viene spontaneo, ci si allena pian pianino, partendo magari dalle chat delle scuole dei figli (dove si è sezionati al millimetro e dove la santa pazienza non è mai abbastanza).

La mail “Fantozzi che cincischia con le mani”

Questo scritto, prima di parlare di forma, rivela tutta l’insicurezza di chi lo compone. Va bene essere autentici ma non prestare il fianco a attacchi e risposte cattivelle, che non tardano mai ad arrivare.
Dimostrare vulnerabilità è a mio avviso buona cosa, inutile spacciarsi per ciò che non si è, ma gridarlo nelle prime righe fa perdere subito l’attenzione del lettore e insinua un pericolosissimo dubbio: “ma se mi scrive con tanto patema, lavorarci insieme come sarà?”

La mail “D’Annunzio della porta accanto”

Molta sicurezza in questa mail e anche sfoggio di cultura, citazioni, linguaggio aulico e manieristico. Troppa forma infastidisce, devia e soprattutto a me fa sempre venire il dubbio che nasconda poca sostanza.
Le mail sono mezzi veloci e diretti che permettono di chiedere e ottenere informazioni, darsi appuntamento, scambiare punti di vista, approfondire (quando serve) degli argomenti che in una chat o conversazione telefonica si perderebbero, abbozzare progetti e in ultimo, mantenere contatti con persone distanti.
Chiarezza, semplicità e educazione possono fare davvero tanto in questa scrittura.
Scrive BalenaLab in un ottimo post: “una chiarezza di pensiero è il migliore presupposto per una chiarezza d’azione”.
Vale nelle grandi manovre della vita, come nei piccoli messaggi che affidiamo alle mail. Essere chiari, non aggressivi ma neanche insicuri, aiuta di certo a farsi capire e a capire se chi ci risponde ci apre o chiude una porta. Da come ci poniamo noi al primo giro, spesso derivano le risposte, salvo casi di malafede o totale disinteresse (e succedono entrambi).

La mia esperienza

Io scrivo tonnellate di mail, molte anche personali e spesso ne ho portato a casa grandi storie e grandi insegnamenti. Soprattutto alle mail personali applico il criterio della “rilettura a freddo” e sempre, davvero sempre, trovo scritto fra le righe molto di più di quello che percepisco la prima volta. Vale anche per mail brevi. Ad esempio, in una recente mail di poche righe che mi è parsa scritta con un tono un po’ frettoloso, a una seconda lettura ho scoperto più indizi.
Il saluto iniziale un po’ standard in realtà è stato compensato da un abbraccio in chiusura, segno che sì forse la scrittura è iniziata un po’ alla veloce, ma l’affetto resta. L’incipit promette un racconto dettagliato di una settimana molto intensa, forse un anticipo di novità importanti? Nelle righe centrali ci sono un po’ di comunicazioni di servizio, ma anche il cenno a una “regola personale” con me condivisa, che richiama a un codice intimo. Una fotografia allegata di un gran bel lavoro quasi ultimato, a testimonianza del fatto che tutte le energie sono concentrate nella creazione di qualcosa di importante.
Insomma, non fatevi venire l’idea che sia pericoloso mandarmi mail perché le faccio in mille pezzi ogni volta, non è così. Ho portato un esempio personale per descrivere come in 10 righe possano esserci molti più concetti di quelli che vediamo leggendo a volo d’uccello la prima volta. Motivo in più per scriverle bene.

 

La scrittura per me è uno strumento di lavoro validissimo e deve essere molto curata. Se non lo si può fare in prima persona è davvero il caso di delegare, perché può portare a grandi risultati. Chi si prende in carico di scrivere per qualcun altro obbliga entrambe le parti ad agire nella chiarezza, a rendere tutti i punti trasparenti. Partendo da qui, dalla comprensibilità, si tratta di trovare le parole più adatte che non offuschino i concetti.
Questo è un lavoro che amo particolarmente fare e quando mi metto nei panni degli altri mi sento piena di energia da trasmettere attraverso le parole.
Vi siete riconosciuti come genitori di qualche mail che ho descritto? Vorreste cambiare e non sapete come fare? Posso aiutarvi: potremmo iniziare proprio da una mail!