la mia mappa mentale della felicità

Foto: la mia prima mappa mentale (e si vede!)

Rete al Femminile Torino  in occasione dell’ultimo live prima della pausa estiva, ha organizzato un incontro di formazione su Mappe Mentali, che Massimiliano Mazzei e Irene Tomasoni hanno raccontato, catturando l’attenzione di molte professioniste ben interessate a questo argomento.

Mesi fa, nel pieno dell’anno scolastico, tante Reticelle si sono chieste cosa poter fare per sostenere lo studio dei propri figli e nella, sempre animata, discussione sul gruppo Facebook dove la Rete si scambia preziose informazioni, è venuta fuori l’idea delle Mappe Mentali.

Qualcuna di noi le aveva già approcciate per sé e per lavoro e tutte sentivamo il desiderio di approfondire. Così nascono le cose in Rete! In realtà dall’idea alla pratica ci va il lavoro della Leader, sempre attenta a cogliere i bisogni.

Io non avevo mai fatto una mappa e normalmente sono sempre un po’ sulle mie in queste situazioni perché non so mai se si tratta di qualcosa che può davvero servire o un’ultima moda nel mondo business.

Primo insegnamento portato a casa

Le mappe servono, sono una cosa seria (anche se ci sono i disegni), non è una moda e chi le ha spiegate alla Rete lo ha fatto con estrema serietà, molta simpatia e leggerezza (per me ancora più efficaci per fissare i concetti), tanto coinvolgimento. Due ore che sono volate, che avremmo voluto dilatare e in cui le domande sono state contenute a stento, saremmo andate avanti ancora mille minuti a chiedere, interpretare, capire. La cosa più bella? Tanti ragazzi che sono venuti insieme alle mamme, ma non trascinati. Hanno fatto per primi le domande e hanno portato molta freschezza all’incontro, grazie alla loro giovane età e visione ancora “pura” del mondo.

 

Secondo insegnamento

Non avere paura a fare, tema che ritorna in continuo. All’inizio delle esercitazioni tutte preoccupate di non saper fare o fare bene. Dopo pochi minuti dall’inizio della prima mappa mani, occhi, teste chinate in modo febbrile a scrivere, disegnare, chi a colorare.
Cosa vuol dire? Per imparare a fare una cosa bisogna fare, fare, fare. È la stessa cosa dello scrivere, più lo si fa più ci si affina, si entra in confidenza con le proprie insicurezze, si cercano soluzioni, si infilano le parole in scioltezza.

 

Terzo insegnamento

Le mappe non sono tutte uguali e quelle che sono state spiegate alla Rete sono quelle di Tony Buzan per cui Massimiliano Mazzei è formatore certificato. Quale la differenza con le altre mappe? In primis i disegni, che vanno a completare i concetti espressi nei vari rami. Poi la costruzione dei rami stessi, i principali scritti in maiuscolo, ognuno evidenziato con un colore diverso (da non ripetere), da cui si possono diramare altre fili, in in reticolo molto ampio. Ma non infinito, se i rami più piccoli diventano troppi, vuol dire che bisogna creare una mappa a parte che sviluppi quel punto che non è più un di cui, ma ha una sua vita propria.

 

Quarto insegnamento

Si possono fare i collegamenti fra i rami principali, facendo una linea tratteggiata, ma non è consigliato farlo. Questo almeno è quello che ho capito io, perché più è netta l’impressione che si percepisce guardando una mappa più è efficace la sua memorizzazione.

 

A cosa servono le mappe?

Possono essere utili per riassumere (ad esempio un libro letto o testi di studio), organizzare pensieri (prima di iniziare un lavoro, per strutturare dei dati raccolti), fissare concetti, progettare, presentare un lavoro o un’idea, creare una visione di sé ad oggi e nel lungo termine, forse anche per fare la spesa! L’ambito di applicazione è davvero ampio e la confidenza nell’uso dipende da quanto le si fanno. Credo che l’unico presupposto sia che devono interessare. Se si decide che si vogliono inserire nella propria vita, il gioco è fatto. Se si fa ostruzionismo in partenza (non mi serve, non sono capace, ci vuole troppo tempo, sono abituato in un altro modo, uso gli elenchi, non mi piace il colore, non amo i disegni, ecc.) allora io suggerisco di non incaponirsi. Ognuno sceglie il suo metodo, in base a obiettivi e risultati e siamo tutti contenti. Banale, lo so, ma perché voler far proseliti a tutti i costi?

 

Le esercitazioni

Abbiamo fatto due prove sul campo. La prima, all’apparenza semplice nello svolgimento meno, per me è stata molto efficace, tanto che esco allo scoperto e la metto in evidenza in questo post.
La prima consegna: fare la mappa della propria felicità, senza scrivere la parola felicità.
E così, inchiodata sulla mia sedia mi sono chiesta cosa mi fa felice e mi sono risposta, tutta di getto. Per me felicità è il centro fra il mio universo affettivo e il mio universo produttivo, che cerco di potare avanti in modo bilanciato, non sempre con successo. Il risultato di questo bilanciamento è il futuro, che non può che essere solare!
La seconda consegna: trasformare la propria agenda (cartacea o digitale) in una mappa. Io qui ho scelto di illustrare gli obiettivi settimanali, ovvero tutti i task (dalla vita privata a quelle lavorativa, passando per la familiare) di cui le mie settimane si compongono.
La mappa successiva sarà uno sviluppo di questi obiettivi in rami organizzati.
La visione di questo compito ve la risparmio, direi che la prima basta e avanza.

 

Per quanto sia di carattere facilmente entusiasmabile, non sono una persona che si getta anima e core ad abbracciare teorie, tuttavia amo moltissimo prendere spunti, accogliere stimoli e fare mio ciò che di buono (e utile) intravedo in quello che mi raccontano. Non so se le mappe possano servire a tutti, sicuramente a me hanno incuriosito parecchio, motivo per cui vale la pena che ci rifletta un po’. In fondo, anche una vacanza può essere organizzata in una mappa e il conto alla rovescia per chiudere luglio e partire è già iniziato.