Mi piace fare i piani per cambiarli. Avevo previsto di utilizzare il mese di marzo per approfondire un altro aspetto del lavoro di Assistente Virtuale. Ho cambiato idea, nel mese della primavera e del vento che fa correre veloci le nuvole, parlerò un po’ più di me.

In realtà in tutti i post semino qualcosa di personale, di come approccio il lavoro, di cosa penso.
Il mio lavoro coincide con molti aspetti della mia vita e mi sembra scontato che parlando dell’uno si parli e anche dell’altra. Invece, confrontandomi con amiche e colleghe, è venuto fuori che mi nascondo un po’ dietro a elenchi puntati, suggerimenti e passaggi logici.

E allora via, ho cambiato i piani, preso il coraggio a quattro mani e deciso di mettermi sotto la lente di ingrandimento. Il timore di essere autoreferenziale e noiosa era bello alto, quindi setaccio alla mano, ho iniziato a togliere tutto quello che non mi sembrava interessante. Così ho ricominciato almeno cinque volte. Ecco, scrivere di sé è difficilissimo.

 

Fabrice Luchini

“Parlami di te” è il titolo di un film con Fabrice Luchini, attore francese che amo moltissimo. Uomo colto, artista versatile, in questo film diventa afasico a causa di un ictus causato da stress da lavoro. Questa trama mi permette di tracciare i primi due segmenti della retta che voglio disegnare su di me: la Francia e la paura della malattia.

Il primo è un argomento leggero, fatto di città stupende, di una lingua che mi affascina e che mi sogno anche la notte, di gusto così particolare che spesso aggiunge grazia anche a cose che di grazia ne hanno poca. Un paese che ho corteggiato a lungo e a cui mi avvicino ogni anno di più, a cui mi sento di appartenere per chissà quale arcano di vita precedente. Un giorno lo scoprirò.
Unica divergenza con questo magnifico paese è il cibo, che tutti osannano, ma che a me non fa impazzire. Certo baguette e formaggio, Sauternes e foie gras sono speciali, ma una volta ogni tanto. Preferisco un semplice piatto di pasta al pomodoro, che mille piatti alterati da salse e vinaigrette.

Il secondo è un po’ più spesso e mi ci misuro sempre di più. Lavorare in proprio vuol dire poter contare sulla propria salute al cento per cento. Un solo raffreddore, slogatura, banale influenza rallentano o peggio impediscono di lavorare. E qui ci si sente persi, presi alla gola dalla paura che tutto si fermi perché non possiamo fare nulla. Ecco, questo aspetto del lavorare in proprio mi terrorizza davvero e più di una volta nelle mie notti insonni, che purtroppo ci sono, penso “questo sistema sta in piedi se mi regge la salute”. Nel sistema ci metto anche la cura e la crescita dei figli, che dipende dal fatto che io continui a lavorare serenamente. Un bel grattacapo, che può essere in parte risolto con la sottoscrizione di una previdenza integrativa privata, ma che comunque non mette a vento su tutto.

 

L’ironia

Tornando al cinema, che amo Luchini l’ho detto, non solo perché è francese, ma perché è un attore che passa con grande nonchalance da commedie grottesche come Ma Loute in cui è un nobile francese stralunato, alla serie Netflix “Chiama il mio agente” in cui interpreta se stesso, con ironia e anche un pizzico di verità.

Altro indizio su di me: l’ironia. Non c’è argomento che non possa essere affrontato, meglio ancora smontato, con un pizzico di ironia. Per me si tratta di un vero e proprio alleato che mi permette di vedere le cose, anche le più complicate e dolorose, da un altro punto di vista. Usando l’ironia e ancora più spesso l’auto ironia, mi sprono a cercare un’altra chiave di lettura a ciò che mi capita. Non una semplice risata, ma una “risata intelligente” che parte dall’osservazione di una situazione, positiva o negativa, per arrivare a isolare un aspetto, relativizzarlo e portarlo in una dimensione diversa, quella appunto dell’ironia o paradosso divertente. L’ironia permette di ridere su qualcosa e al contempo di ragionarci sopra, in modo da poterla accettare meglio e anche superare.

 

Lo stile

E infine di Luchini amo lo stile semplice, un po’ intellettuale, del jeans e maglioncino con cui si aggira per Parigi quando va in una terrasse  (quello che in Italia chiamiamo impropriamente dehors) a sorseggiare un caffè con un nuovo copione sotto braccio da leggere al sole. Lo stile, ultimo puntino da unire in questa mia geografia. Ne ho cambiati tanti, dai più appariscenti ai più sottotono, ma una cosa è sicura: ne ho sempre avuto uno mio. Sento il bisogno di esprimermi anche attraverso come mi vesto, quale accessorio scelgo, che tipo di colore indosso.
Sono tratti distintivi, secondo me, che parlano di noi, del momento che viviamo e di come lo viviamo. Io indosso pochissimo il nero e quando lo faccio è perché non voglio comunicare nulla, voglio “nascondermi” dietro lo scuro e non far passare indizi su di me. Viceversa, se uso il colore non è per mascherarmi ma per far scappare fuori qualcosa di bello che mi coinvolge.
Nel tempo, leggi con l’età che avanza, mi sto spostando sempre più sul less is more, in cui con pochi capi mi sento a mio agio e distinguibile. Prediligo le creazioni artigianali, soprattutto le borse che sono per me la vera casa. Per questo negli ultimi anni compro solo quelle di “un tè da matti” .

Direi che come prima puntata ho già spifferato un po’ di cose, alcune leggere, altre meno. Non posso raccontare tutto oggi, lo farò un po’ per volta. Se c’è qualcosa in particolare che vuoi sapere su di me, questo è il mese giusto per chiedermela, risponderò volentieri e sarà sicuramente uno spunto per vedermi in un altro modo.