About page, il biglietto per una crociera in prima classe - Elena Augelli

come scrivere una about page

 

Sono online dal 2010, cambiando più volte pelle, e la pagina che mi ha creato più problemi nella scrittura è il “chi sono“.
Quando ho iniziato a scrivere per gli altri ho capito che l’about page è lo scoglio più grosso da affrontare per chiunque abbia deciso di avere una presenza sul web.

 

Perché è tanto difficile raccontarsi?

La prima risposta che affiora sembra essere che pudore e timidezza frenano nello svelare di sé in una narrazione organizzata, che spieghi chi siamo nelle nostre sfaccettature, rispetto al lavoro che facciamo.
La seconda, che mi è arrivata subito dopo, è che forse non ci conosciamo abbastanza per poterci descrivere.
In entrambi i casi il metodo per superare questa difficoltà è allenarsi a scrivere fiumi di parole, senza limitarsi e giudicarsi. Ma non è semplice e mette sempre in gran imbarazzo.
Il mio consiglio è quello di semplificare e procedere a passaggi:

  • scrivere di getto una scaletta di argomenti
  • organizzare questi argomenti e capire come ampliarli
  • scrivere, rileggere iniziare a togliere
  • rileggere e sorridere con soddisfazione per il risultato raggiunto.

Il secondo consiglio è di provarci, ma se non se ne viene a capo, chiedere aiuto a chi sa metterci mano, a chi sa infilarsi nella nostra attività con le parole giuste per descriverci.
Io scrivo per gli altri, ma chiedo sempre una rilettura quando scrivo per me. Penso sia fondamentale la carezza di un sguardo esterno sulle mie parole.

 

Cosa fare per scrivere una scaletta salva vita

Ogni pagina in un sito ha le sue regole, i punti che non devono mancare. Per quanto riguarda il “chi sono” le pagine che funzionano meglio, che fanno capire con chiarezza chi sta scrivendo, si strutturano così:

  • Concentrare le note biografiche, pertinenti al lavoro che si presenta
  • Scrivere cosa si sa fare
  • Che problema si risolve
  • Raccontare esperienze
  • Inserire una call to action

Le note biografiche sono quei puntini che uniti fanno emergere la nostra figura, il percorso che ci ha portato a presentarci al mondo per quello che facciamo.
Questa presentazione deve rispecchiarci totalmente, non può essere né la versione patinata né caricaturale (cioè troppo ironica) di chi siamo nella realtà. Le parole che usiamo per descriverci devono appartenere al nostro lessico e poi piacere a Google, non il contrario.
Il lettore deve capire fin dall’attacco che carattere ha chi si sta presentando.
E poi metterci un punto, non sbrodolare troppo. Perché va bene raccontarsi ma poi bisogna dire nel concreto cosa si fa. Mettiamoci sempre nei panni del lettore: dopo un po’ di righe che legge di corsi, esperienze, matrimoni, si chiede cosa possiamo fare per risolvere il suo problema. E noi dobbiamo essere pronti a svelarglielo, anzi a spiegarglielo bello chiaro!
Quello che siamo, deve emergere dalle parole che scegliamo per raccontarci. Saranno loro a dare profondità, colore, luce, ombre, carattere al nostro personaggio, noi stessi. Gli aggettivi (non i superlativi!) sono la tavola dei colori a nostra disposizione.
Si possono aggiungere esperienze e note personali per far capire in modo esemplificativo quello che scriviamo, per passare dal piano della chiacchiera a quello del concreto.
E poi c’è il nostro lettore, che non dobbiamo tramortire con le chiacchiere, a cui invece dobbiamo lanciare una cima per salire a bordo del nostro sito. Questa cima è rappresentata dalla descrizione del problema che risolviamo con la nostra attività, che il lettore deve agguantare al volo e dire “voglio anch’io un biglietto in prima classe su questo transatlantico” (meglio non sia il Titanic, ci siamo capiti).
Una volta a bordo facciamo compiere un’azione al nostro passeggero-lettore e chiediamogli se vuole una crema solare o un drink o un menu speciale. Spingiamolo a compiere delle azioni di acquisto che vanno oltre al semplice biglietto passaggio ponte, convinciamolo che quei due euretti in più sono ben spesi e suggeriamoli come spenderli!

 

Mettere o non mettere i figli?

Questa è una domanda che ritorna in tutte le salse e fa da eco a quella di mettere o non mettere i prezzi.
La mia risposta è sì, perché siamo la somma di tutte le esperienze della nostra vita, quindi anche quella di essere genitore.
È vero, per i maschi è più difficile trovare “sono padre di due ragazzi, figli, bambini, gemelli” ma forse arriveremo a leggere anche questo, vista anche la recente esperienza di lavoro da casa che ha messo tutti i nuclei familiari di fronte alla necessità di contribuire in egual maniera a far girare le giornate, riempire piatti e far fare i compiti.
Allora diciamolo se siamo genitori, non come una medaglia al merito ma come un’informazione che allarga il punto di vista su chi siamo. Poche parole ovviamente, non divagazioni e cronistorie delle nostre giornate, che porterebbero parecchio fuori strada.

 

Tutto deve tornare

Il racconto di sé deve corrispondere a quello che poi si trova nelle altre pagine (questo vale per ogni sezione del sito).
Non devono esserci né salti di narrazione né di stile. Per questo la propria voce deve essere riconoscibile e agevolare la lettura da una parte all’altra del sito, senza far perdere il filo, stancare il lettore, togliergli il fiato.
Molto utili sono i link che portano alle pagine di approfondimento, i contact form e i form di iscrizione alla newsletter, ovvero piccole porte che fanno avanzare nei corridoi del nostro business il lettore, fino a portarlo alla cabina che abbiamo pensato per lui, per rimanere in tema ti traversata oceanica.

 

Le aziende devono avere una about page?

Anche le aziende parlano di sé, hanno un carattere, meglio ancora uno stile, spesso una storia da raccontare.
Prima ancora di saper fare vernici, tondini di ferro, scarpe, telefoni, le aziende hanno un’identità data dal loro fondatore, dal management, dalla holding a cui appartengono se sono grandi, a cui hanno lavorato negli anni e che spesso non sanno descrivere. Preferiscono affidarsi a parole altisonanti invece che cercare di raccontare la ricchezza di questa storia.
Le aziende hanno solo che da guadagnare a far scrivere bene le loro about page. Attraverso una sequenza di fotogrammi narrati devono far emergere tutta la loro importanza e credibilità.
Per scrivere bene una about page di azienda bisogna dedicare molto tempo a conoscerla, fare tante domande, se possibile gironzolare nei corridoi dei suoi uffici e respirarne l’aria che tira (che si spera buona).
Questo porta a un altro punto della scrittura professionale: fare le cose con calma!
I siti, le loro pagine, devono avere un tempo di lievitazione ottimale, né troppo né tanto, perché la fretta non fa cogliere indizi importanti nella conoscenza della storia, dei processi produttivi, distributivi e i tempi troppo lunghi fanno perdere di incisività il lavoro, insinuano i dubbi che si debbano rifare delle parti e così non si arriva mai in fondo. Ecco perché ci deve essere un timoniere che batte il tempo sul tamburo per mandare avanti al giusto ritmo la squadra.

Oggi fra metafore marinare e profumo di pagnotte ben lievitate mi sono dilungata un po’, ma mai abbastanza per ricordare quanto una about page sia strategica in un sito.
È probabilmente la più letta, tutti vogliamo sapere a chi ci affidiamo quando navighiamo un sito e allora scriviamola bene!
È anche la mia preferita da scrivere, mi intrufolo, identifico, colgo e esprimo aspetti secondari che invece rivelano molto di un’attività. 

Siamo a metà anno, perché non mettere a budget un buon sito e descrivere la tua attività per rilanciarla nel 2021?