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Ci sono volte che scrivere non mi viene spontaneo, anzi mi fa molta fatica.

La spiegazione credo che stia in due motivi: o non ho ancora le idee chiare su cosa voglio dire, non ho ancora maturato un argomento, oppure sono emotivamente “da un’altra parte” ovvero non sono proprio connessa al foglio sul qual devo far colare una lettera dopo l’altra fino a formare un pensiero compiuto.

In entrambi i casi credo che chi legge si accorga eccome che la scrittura abbia avuto un parto difficile, presenti dei salti (concettuali o formali che siano), insomma che chi ha messo insieme le parole ha fatto fatica, non le ha amate fino in fondo.

Spesso ho confessato di essere soprattutto una lettrice e ho sempre pensato che non è un caso imbattersi nella lettura di qualcosa di significativo al momento giusto. E così è stato qualche giorno fa in cui ho incrociato un post di Riccardo Scandellari in cui dice:

<<Scrivere non è sempre divertente, ma potrebbe diventare un incubo se non hai intenzione di donare ai lettori qualcosa che li trasformi, li faccia ragionare e crescere. Scrivere è un’attività energetica con la quale doni la tua energia. Hai mai fatto caso che se sei arrabbiato, deluso, stanco o irritato non riesci a scrivere efficacemente? Se non hai abbastanza energia per gli altri, le persone lo avvertono.>>

Se sono d’accordo sul fatto di passare contenuti, almeno spunti di riflessione se non informazioni utili, lo sono ancor più se si parla di energia. Scrivere senza energia è percepito dai lettori.

Come si può fare?

Da un punto di vista tecnico molti sono gli accorgimenti per aggirare la difficoltà di scrittura, ad esempio per un blog:

  • fare un planning (semestrale o annuale)
  • creare dei titoli
  • avere una lista di parole chiave
  • fare la scaletta degli argomenti di ogni singolo post
  • cercare fonti
  • allenarsi anche scrivendo la lista della spesa
  • tenere il dizionario dei sinonimi sempre sotto il naso
  • trovare ispirazione in parole di altre lingue (che magari esprimono in modo sintetico un concetto, da cui si può partire e poi argomentare)

Nessuno di questi tecnicismi potrà però sostituire empatia, creatività e soprattutto coerenza con ciò che si è e che i lettori si aspettano di leggere da noi.

Scrivere significa lasciar passare qualcosa di sé, anche se si scrive di lavoro. Se si è rigidi, accademici, distaccati lo si fa percepire ai lettori. Se si è coinvolti, partecipi e naturali si è riconoscibili.

Esserci emotivamente

Cosa vuol dire lasciare tracce di sé dentro una scrittura? Per me vuol dire che se il momento che ho deciso di dedicare alla scrittura non risulta essere quello giusto, non lo forzo. Non mi intestardisco a cavare fuori delle parole, perché non sono semplici parole ma concetti che devono passare. Preferisco rimandare il momento, anche se ho una scadenza. Magari anticipo un altro lavoro, più ripetitivo che anziché aver bisogno di un’emozione ha bisogno di concentrazione. Tutti i lavori hanno bisogno di empatia, ma quelli più tecnici e ripetitivi possono essere svolti anche in modalità “fredda”. La scrittura no e allora stacco, faccio un giro, cambio aria dentro e fuori e poi ricomincio. Ben inteso per me scrittura non significa testi complessi, ma anche poche righe devono mantenere freschezza e credibilità, non possono solo essere un esercizio.

Avere le idee chiare su cosa scrivere

L’altro punto fondamentale è sapere cosa scrivere, ovvero non arrampicarsi sui vetri per riempire un post ma avere un punto di partenza e uno di arrivo, perché come ho scritto sopra il lettore ti sgama subito se meni il can per l’aia, tanto per capirci.

Non c’è bisogno di scrivere una summa filosofica, tanto tutto è già stato scritto, ma esprimere il proprio punto di vista, argomentandolo e arricchendolo, soprattutto mantenendo una coerenza con ciò che si scrive dappertutto (social, blog, mail, newsletter e anche comunicazioni private) e ciò che si è nella vita online e offline.

Cos’è la coerenza?

Questo è un argomento spinoso. Come dice Caparezza “mi contraddico facilmente, ma lo faccio così spesso che questo fa di me una persona coerente”. Forse è vero, a tutti capita di contraddirsi o perché si è cambiata idea o per superficialità (può succedere e a seconda dei contesti può essere più o meno grave). Sarebbe meglio non avvenisse, anche se voglio vivere senza giudizio, né mio sugli altri né tanto meno degli altri su di me. Personalmente prendo grandi distanze dalle prediche e dai predicatori, anche se sono una persona che si appassiona facilmente, me lo tengo per me, non ho pretese di arringare le folle. Cerco di non fare sgambetti e di essere disponibile finché ne ho la possibilità. Se non riesco a mantenere un livello di disponibilità costante lo faccio presente per tempo e propongo soluzioni, non lascio le persone in difficoltà. Questo da un punto di vista di relazioni umane, dal punto di vista del lavoro non lo metto neanche in discussione, un impegno è un impegno.

E anche scrivere il blog è un impegno che ho preso con me stessa ma anche con chi mi legge, quindi lo mantengo e “questo fa mi me una persona coerente”.

Non ho ricette segrete per scrivere e soprattutto per aggirare la fatica di farlo, ma ho provato sulla mia pelle, nella mi piccola esperienza fin qui, che farlo con costanza, credendoci, leggendo gli altri, diventa un po’ meno faticoso. È necessario imparare a organizzare i pensieri, a svilupparli e infine a cesellarli, ma come in tante altre cose l’esercizio fa molto. Certo non si può prescindere dalla conoscenza delle regole.

E voi che tipo di rapporto avete con la scrittura? Magari molti di voi sono degli scrittori seriali. Si aprono le scommesse.