La Darbia (Lago d’Orta)

Mi sono messa su un cammino sdrucciolevole, parlare di me.
A chi interessa? Cosa dire e cosa non dire? Evitare la lagna e anche l’esaltazione, essere veri, scrivere qualcosa che sia utile per agli altri. Da dove incominciare?
Ecco, per capirci questi sono solo un millesimo dei dubbi che mi sono venuti quando ho preso questa decisione.

Leggo con molta attenzione ciò che scrivono altre freelance e ammiro sempre la loro grazia nel descriversi, fra debolezza e punti di forza. C’è chi scrive con agio della propria psicoterapia, del rapporto con il proprio corpo, di amore, di maternità o non maternità, di traslochi, di genitori. Insomma, un insieme di discorsi molto intimi, per nulla facili da tirare fuori. E io infatti non ci riesco, vivo tutto in una dimensione privata e quando mi espongo mi fodero di ironia prima di far scappare fuori qualche pezzo di vita.
Ho però un debito enorme rispetto a coloro che sono capaci di raccontarsi pubblicamente: spesso le loro storie servono a far capire a chi legge che non si è soli a vivere certe situazioni, che un problema di nei, genitori malati, figli che crescono non è un problema del singolo, ma può capitare a tanti. Leggere le esperienze altrui sostiene, fa comprendere, crea unità.

Allora perché io non lo faccio? Perché non è la mia dimensione e forse perché penso di non essere capace a farlo nello stesso modo delicato in cui lo fanno gli altri. Riconosco che se nella mia vita, quando sono diventata prima madre, poi donna separata e infine libera professionista, mi fossi avvicinata prima al web, avrei sicuramente sofferto meno di solitudine e di senso di inadeguatezza.

 

Dieci lunghi anni

La maternità porta a essere isolate, sconsolate, stanche e incapaci di vivere il bello che c’è nello stare con i propri figli piccoli. Per me è stato un duro colpo (ora me la godo molto di più) a cui ho reagito come al solito: con durezza, fortificandomi, ma perdendo pezzetti di gioia. Subito dopo è arrivata la separazione e non mi vergogno a dire che fra crescere figli, capire chi fossi e che posto avessi nel mondo, ci ho impiegato dieci lunghi anni, dai 40 ai 50. Ogni anno ho conquistato un pezzo di consapevolezza, fino ad abbozzare la forma di me che volevo e che corrisponde a quella che sono oggi. Ancora un po’ da mettere a posto, ma molto meglio di prima. D’altra parte se non c’è un prima, non può esserci un dopo e quindi accetto tutto quello che ho passato in questi dieci lunghi anni e mi rallegro del presente.

Anni in cui ho percorso diverse strade lavorative, in cerca di quella che fosse la mia, in cui potessero starci autonomia, espressione di ciò che sono, crescita economica. L’ho trovata qualche anno fa, mettendo insieme tutte le esperienze precedenti e soprattutto frequentando Rete al Femminile, network di donne libere professioniste. Il mio debito con la Rete è e sarà sempre enorme, non solo per tutte le splendide persone che ho conosciuto ma anche per la voglia di fare, sperimentare, osare che mi ha regalato.

 

Parlare in pubblico

Ad esempio io non amo parlare in pubblico, cosa che stupirà chi mi conosce dal vivo: sembro una che parla anche con i sassi, ma se posso evito accuratamente l’attenzione su di me. Grazie a Rete al Femminile ho dovuto affrontare questo mio aspetto perché ho parlato più volte a incontri, workshop, convegni e semplici riunioni. Io parlo a braccio, non ho mai fatto delle diapositive (ma ho fatto un corso super per farle belle), per il semplice fatto che mi sono sempre scelta delle occasioni di parlare in pubblico che permettevano di non averle e di puntare tutto sulla comunicazione verbale. Ho molto, ma molto da migliorare, perché è vero che sono spigliata, divertente, ma non respiro, parlo a macchinetta, a volte mi perdo. Diciamo che posso proprio fare di meglio. Eppure, chi mi ha ascoltata fino a oggi mi ha spesso detto di essersi sentita confortata dalle mie parole, battute, esempi. E io mi stupisco ogni volta che ottengo un feedback di questo tipo, forse perché non c’è peggior giudice di se stessi che se stessi.

 

Confesso l’inconfessabile

È arrivato il momento di confessarlo: di fatto sono una persona selvatica, che dosa molto con chi e dove stare, anche se ho un occhio spalancato sul mondo, di cui non potrei mai fare a meno.
Amo sapere di avere mille possibilità, anche se poi ne sfrutto solo 5. In realtà, sono sempre più docile ai cambiamenti e all’introduzione di novità. Mi sono resa conto che l’apertura mi rende terribilmente giovane (nella testa, non nel corpo purtroppo). Spesso mi obbligo a fare cose nuove proprio per mantenere l’elasticità mentale, ho il terrore di restare incrostata a un solo scoglio.
Da buon Acquario, mi stufo in fretta e se ti giri a cercarmi potresti non trovarmi più, anche se mi ci vogliono anni prima di staccarmi definitivamente da una situazione.

Un’ultima confessione: sono lentissima a scrivere. Non appartengo assolutamente a coloro che hanno il dono della scrittura, per me è un lavoro, un cesello continuo.
Per questo mi prendo tempi lunghi per farlo, anche con il rischio di sprecarlo e divagare.
Faccio fatica a intervenire in mille chat e commenti sui social. Detesto dire banalità e non mi piace dare risposte frettolose. Quando lo faccio, me ne pento all’istante perché si vede che non sono ragionate.
La scrittura però resta il mio amore e mi rendo sempre più conto di come potrei incentivarla, farla crescere, trasformarla. Questo mi riporta a trentacinque anni fa (mamma che post amarcord!) quando aiutavo mio papà a scrivere i suoi (tanti) articoli sull’isolamento termico e acustico. Lui ci metteva formule e tesi da dimostrare e io il contorno di chiacchiere. Me ne ricordo ancora uno in particolare in cui parlavamo dell’isolamento termico delle mansarde (lo sai che prendono il nome dall’architetto parigino che le ha inventate, Francois Mansart?). Se ci ripenso, è proprio vero che certe cose della vita sono già custodite come seme fin dagli inizi. In fondo oggi vivo anche di scrittura, a cui per anni ho girato intorno (mannaggia alle turbe di gioventù), e strizzo l’occhio alla Francia in più di un’occasione.

Buffo come tutto torni!