il ragno rosso scultura di calder

 

Sono rientrata da una settimana dalle vacanze ma ho saltato l’appuntamento con il mio blog di lunedì scorso. Paura? Forse. Pigrizia? Molto più probabile.
La pigrizia è il terreno di scontro più acceso con mia figlia diciannovenne. Per me è inconcepibile che tutto sia rimandabile a dopo, per lei è inaccettabile che si debba fare tutto e subito quando con calma, molta calma, tutto prima o poi andrà a posto (lo studio, la camera, le piccole incombenze burocratiche).

La pigrizia

Perché mi scaldo tanto con lei sull’argomento pigrizia? Perché è una mia debolezza, che mi balla sotto il naso costantemente e che quindi vedo a specchio dappertutto e in tutti. Questo non giustifica l’atteggiamento eccessivamente rilassato dei figli (entrambi abbondano di tempi morti), ma può spiegare in parte perché mi accaloro sul tema.

Quando si lavora in proprio non ci si può permettere di esser pigri. Rimandare le cose, le fa agglutinare in un modo tale che nessun artificio riuscirà poi a separare gli elementi.
Lavorare in proprio significa darsi dei compiti, dei tempi e rispettarli. Ogni metodo vale, di consigli in materia ce ne sono tanti, purché non si perda un colpo. Ma allora la pigrizia è fuorilegge? No davvero, un pizzico di svogliatezza ci sta eccome nella vita, ma deve essere lasciata ai momenti di relax dove appunto il far niente è sovrano e spesso foriero di buone idee. I francesi usano un termine stupendo per indicare il gironzolare a vuoto in perfetto relax, disponibili a cogliere i suggerimenti del destino: flâner, che equivale all’italiano “far flanella”.
Questo oziare è positivo e non ha nulla a che vedere con la pigrizia che fa procrastinare l’inizio del lavoro.

Io temo così tanto di esser pigra che continuo a fare, fare, fare. Solo così sono sicura che non fermandomi mai non corro il pericolo di inciampare nella fiacca e mi tengo bella attiva.
Fino alle vacanze, dove la prima settimana sono ancora stata Duracell, poi ho allentato un po’ e alla fine mi sono proprio rilassata. Allora perché il primo appuntamento che mi ero fissata con il blog l’ho saltato?

La paura 

Qui entra in gioco la paura, quella che tieni sempre dentro al cassetto del comodino, nella speranza che di notte non ti svegli per ricordarti tutto quello che hai da fare e che, appunto, temi possa diventare una complicazione.

Questa paura la descrive benissimo Gianrico Carofiglio attraverso le riflessioni del suo personaggio storico, l’avvocato Guido Guerrieri, in un libro che avevo letto anni fa e che ora sto ascoltando su Storytel: Le perfezioni provvisorie. All’inizio della storia, l’avvocato Guerrieri deve leggere un fascicolo per entrare dentro un caso di cui teme fin dall’inizio l’esito nefasto. Ha paura di non essere la persona giusta per lavorarci, non vuole dare false speranze a chi si è rivolto a lui, allora temporeggia con una cena luculliana a base di sushi, una bottiglia di vino, un po’ di musica. A serata avanzata, si rende conto di non aver più scuse per rimandare il momento di affrontare il fascicolo e lo apre. In questo preciso momento le paure si dissolvono e si sente risucchiato più che mai da quello che sta leggendo, anche se i dubbi restano.

Ecco, a me è successa la stessa cosa con la ripresa del lavoro: paura di affrontare i sospesi, paura di non farcela (sempre in agguato), paura del domani. Che fare, allora?

L’antidoto

Paura e pigrizia hanno lo stesso antidoto: fare, sbagliare, rifare. Mi butto consapevolmente in alto mare per imparare a nuotare. Più una cosa mi fa paura più le vado incontro, ma non alla cieca. Mi metto in condizione di non poter tornare indietro, questo sì, ma allo stesso tempo pianifico “l’entrata in mare”, anche perché devo sapere su che forze posso contare e per quanto tempo.
Per uscire dalla metafora, faccio scelte coraggiose ma non avventate e questo mi permette di mettere un po’ di sale nella vita.

Mi ero ripromessa quest’estate di fare qualche piccolo lavoro anche per me, visto che durante l’anno è tutta una rincorsa, e ci sono riuscita. Devo mettere in pratica ancora qualche buon proposito, ma ho imparato a gioire dei pezzettini conquistati.
Questo approccio me lo porto anche dentro la vita lavorativa, mi muovo in un tutt’uno non in domini separati, di qui il lavoro di là la vita.

Per questo quando propongo una consulenza cerco di capire prima di tutto chi ho di fronte (o aldilà dello schermo) e di cosa ha bisogno. Spesso sono percorsi di crescita quelli che si fanno insieme, perché prima di tutto metto ordine ai progetti per scriverli e ascolto a fondo chi ha bisogno di raccontare la propria storia ma non sa da che parte iniziare.

I vasi comunicanti

Quando prendo in mano un lavoro, pigrizia e paura si dissolvono. Chi si rivolge a me cerca risposte e io sono pronta a darle.
La fase inziale di un lavoro è la più importante: metto a fuoco i punti di forza e di debolezza del cliente, decido su cosa puntare e su cosa agire in modo più morbido, quanto spingerlo fuori dalla zona di comfort e come sostenerlo in questo percorso.
Una volta inquadrata la situazione, propongo le soluzioni e i tempi (mai perderli d’occhio) ottimali per quel il cliente.
Se il metodo di lavoro è standard, perché i passaggi sono collaudati, le soluzioni non sono uguali per tutti. Devono tenere conto delle differenze di obiettivi, di risorse, di capacità di mantenere nel lungo periodo il sistema avviato.
Così si innesca un sistema di vasi comunicanti per cui da una parte raccolgo i dati di ingresso dall’altra restituisco i problemi lavati e stirati, così che il cliente debba solo metterli nel cassetto, pronti all’uso.

Accompagnare un cliente significa essere in grado di suggerire strade alternative, ecco perché mi alleno costantemente a ragionare fuori dagli schemi e a cercare di mettermi in situazioni alternative alla mia routine. Accolgo stimoli e segnali che mi portino fuori dal mio sentiero, perché l’ossigeno che respiro in queste situazioni lo travaso nei miei lavori.

Non è necessario andare lontano, basta fare qualcosa fuori dal proprio ordinario, scardinare qualche certezza per vedere come si reagisce e imparare qualcosa di nuovo.
Ora che pigrizia e paura sono domate, posso cominciare. Affido al “Ragno Rosso” di Calder i desideri per la ripresa: se “ragno porta guadagno” mi auguro che “ragno gigante, porti guadagno gigante” a tutti!

 

Foto Le Grand Stabile Rouge, Alexander Calder – Paris la Défense