Tre domande a Anna Regge - Elena Augelli

intervista a anna regge paesaggista

 

La prima chiacchierata del nuovo anno non poteva che essere con Anna Regge, talentuosa artista acquarellista e architetta paesaggista.

Quando ho scritto chiarezza abbinata al mese di gennaio, è stato naturale pensare a lei per una chiacchierata, per diversi motivi.

Innanzitutto, quando anni fa sono stata sua allieva di acquerello è stato il suo insegnamento a portarmi sulla via della mia chiarezza interiore. Ha sicuramente messo in moto un meccanismo che negli anni ha poi dato i suoi frutti.

Ho un ricordo preciso dei pomeriggi al tavolo da lavoro con lei. La sua voce squillante che spiega come traguardare l’oggetto da ritrarre, come passare dalle quote in piano alla proiezione prospettica, come usare il colore stendendo in modo fluido un velo dietro l’altro.

Anna è stata la voce narrante di quei pomeriggi e mi ha accompagnata nel viaggio fra le sfumature del colore, attraverso la chiarezza delle sue spiegazioni.
Il suo primo insegnamento è stato infatti quello di capire cosa si vuole rappresentare e poi aggiungere le emozioni, fra luci e ombre.

Il tocco di Anna si ritrova perfettamente espresso anche nel suo mestiere di paesaggista, che da più di trent’anni esercita a livello internazionale, occupandosi di giardini e terrazzi curati e armonici, mai leziosi, ricchi di suggestioni basate su una cristallina linearità di disegno.

Ecco quindi l’altro motivo per cui ho abbinato la chiarezza a Anna. La immagino (se chiudo gli occhi, la vedo proprio) quando guarda un giardino e cerca di assorbire una visione generale che elaborerà e trasformerà in progetto.
Uno sguardo fatto di amore, tecnica e rispetto, come lei stessa racconta.

 

Che cos’è per te la chiarezza?

La chiarezza per me si rifà ad un’idea di coerenza e di ordine mentale, è un esercizio di priorità: dobbiamo chiederci che cos’è veramente importante e cosa non lo è.
Per essere chiari bisogna essere anche coraggiosi e sacrificare qualcosa.
Russel Page diceva che in un buon progetto di giardino il tema di fondo deve essere chiaro e quindi facilmente riconoscibile: il taglio degli spazi, la scelta delle piante, l’idea di un percorso devono rifarsi ad un pensiero lineare, coerente, semplice altrimenti perdiamo il senso stesso del progettare.

 

Come si arriva a far chiarezza, avere un’idea nitida del progetto?

La chiarezza è per me un termine soggettivo, non è cioè necessariamente limpido e a fuoco l’oggetto del mio vedere ma è limpido lo sguardo che lo percepisce. E lo sguardo è qualcosa che si può affinare nel tempo, con l’esperienza, con l’interiorizzazione di lenti adeguate a cogliere i vari soggetti, lenti fatte di cultura, di osservazione. Se invece non siamo in grado di cogliere l’essenziale, il rumore di fondo delle cose inutili può offuscare la nostra capacità di percezione e far perdere di vista la chiarezza.

Il progetto di un giardino appare chiaro quando a tutti i livelli ho dato le risposte che volevo: ho rispettato in gran parte i desiderata del cliente, ho messo correttamente in relazione l’edificio con lo spazio intorno, ho rispettato le caratteristiche del sito, ho scelto piante che possano vivere bene tra di loro su quel sito, il tutto in un disegno il più possibile coerente e semplice.

 

Come si traghetta la chiarezza del progetto su carta alla chiarezza del lavoro finito (in sostanza dal dire al fare, dal progetto al lavoro finito, dall’idea alla sua concretizzazione)?

Lo si traghetta con la chiarezza mentale perché da idee poco chiare non può nascere che confusione: i rilievi alla base dei disegni devono essere precisi, i disegni di progetto devono contenere tutte le indicazioni necessarie, possibilmente senza ambiguità.
Anche le relazioni con clienti e maestranze devono essere trasparenti.

 

Le risposte di Anna portano tutte nella stessa direzione: pensare chiaro è fondamentale per agire chiaro. Per questo bisogna togliere il rumore di fondo, cogliere l’essenza, non assecondare pregiudizi e poi trasformare le idee in un piano di azione.

Anna parla anche di rispetto, per il paesaggio su cui interviene e per le persone con cui si relaziona, dai fornitori ai clienti.
Un architetto non è solo chiamato a concepire l’idea, deve anche avere un’ottima capacità di gestione del cantiere (soprattutto se assume la direzione lavori) e di tutto il flusso di lavoro.
Essere limpidi e franchi nei rapporti con i clienti, consigliare loro solo ciò che può essere davvero utile (e bello) e evitare di imporre dei cliché progettuali porta a guadagnare la loro totale fiducia.
Così come dare indicazioni precise ai fornitori e alle maestranze, permette di portare a termine i cantieri senza sprechi di tempo e soldi. Gli imprevisti ci sono, qui tra l’altro abbiamo a che fare con la natura, non sempre prevedibile e addomesticabile. Se però viene concepito un piano di sviluppo preciso, anche gli imprevisti possono essere governati.

 

Mi ritrovo totalmente con l’approccio di Anna e ringrazio di aver imboccato questa strada tempo fa. Non è stato immediato capire cosa tenere e cosa lasciare, ma anche il percorso conta, se si ha chiaro dove si vuole arrivare.

Questo è anche il mio mestiere, portare chiarezza nelle strategie di business dei clienti, scegliere per loro parole chiave, costruire l’architettura del loro paesaggio aziendale.

Grazie a Anna per aver inaugurato le conversazioni del 2021, chi sarà il testimone del prossimo tema?

 

 

Foto: Anna Regge